“La buccia della Terra” parte terza – Carbonio e acqua

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Dagli USA fino alla punta meridionale del continente americano, passando per il Messico, due ragazze e un ragazzo si confrontano ad armi pari con l’intelligenza artificiale dominatrice del pianeta, ammirandone la lungimiranza o evidenziandone i limiti, fino all’inevitabile esito finale.

Come anticipato nella newsletter del mese di luglio, pubblichiamo su questo blog e per gentile concessione dell’autore Stefano Ceccarelli, il quarto e il quinto episodio di un breve racconto di fantascienza “La buccia della terra”, una storia ambientata in un futuro dominato da creature robotiche di ferro e di silicio ove si assiste ad un mondo trasformato dall’Intelligenza Artificiale che gestisce il pianeta. Seguiranno i prossimi giorni gli episodi successivi e il finale a sorpresa.


LA BUCCIA DELLA TERRA (parte terza)

di Stefano Ceccarelli

 

PROLOGO E PRIMO EPISODIO (parte prima)

SECONDO E TERZO EPISODIO (parte seconda)

 

CARBONIO (quarto episodio)

Piantare alberi era un gioco da ragazzi per i robot giardinieri. Come in una catena di montaggio, le unità specializzate eseguivano a ritmo serrato le varie fasi dell’operazione, dallo scavo delle buche alla ricopertura e compattamento del terreno attorno ai virgulti, avanzando con sicurezza sulle loro estremità cingolate. Alle spalle degli automi, il paesaggio brullo e sterile, punteggiato qua e là da sterpaglie rinsecchite, lasciava il posto ad un giovane, rado boschetto che si apprestava a diventare un’ariosa foresta assetata di anidride carbonica.

Un essere umano che si fosse trovato ad assistere allo spettacolo dei Siliron giardinieri al lavoro nelle pianure del Midwest avrebbe sperimentato sensazioni irripetibili, che mescolavano come in un pot-pourri striduli suoni metallici tipici di un opificio industriale novecentesco con odori di chiara impronta agreste e una visione assolutamente sbalorditiva ed inedita, come solo il futuro sa offrire. Peccato però che nessun vivente dotato di autocoscienza fosse lì, né poté gustarsi quel film che nessuna telecamera riprese, giacché Superbrain ritenne che gli umani non erano ancora pronti ad elaborare l’assurda idea che una creazione del loro intelletto potesse cercare di porre rimedio alle nefandezze da essi create senza un esplicito ordine impartito dalle autorità competenti.

Fu dunque così che venne dato inizio a quella che si rivelò essere di gran lunga la più vasta e definitiva operazione di riforestazione mai realizzata sulla Terra: nei cinque continenti, a tutte le latitudini, su tutti i terreni non irrimediabilmente desertici e non irreversibilmente consumati dalla civiltà umana nei secoli intercorsi fra la rivoluzione industriale e il crepuscolo dell’Antropocene, i Siliron intervennero scientemente con i mezzi più idonei per convertire la CO2 atmosferica in composti organici del carbonio, in ciò supportati dalla più formidabile e collaudata macchina acchiappa-carbonio mai esistita, ovvero quel prodigio della natura che va sotto il nome di fotosintesi clorofilliana.

Il piano, va da sé, fu studiato nei minimi particolari da Superbrain: esso prevedeva per ciascuna delle aree individuate un’accurata selezione delle specie da piantumare in funzione della natura del terreno, del clima e della piovosità, in modo da garantire nello stesso tempo una minima capacità produttiva di alimenti per la sussistenza delle popolazioni e un adeguato livello di biodiversità vegetale. Laddove la siccità indotta dal riscaldamento globale antropogenico spingeva verso il definitivo inaridimento dei suoli mettendo a repentaglio la crescita della vegetazione, furono costruiti degli acquedotti che convogliavano sui terreni da irrigare l’acqua dei bacini lacustri più vicini, oppure l’acqua marina desalinizzata grazie all’energia fornita da parchi eolici offshore. L’impiego di innovativi sistemi irrigui ad alta efficienza e il monitoraggio da remoto effettuato con le immagini satellitari e l’ausilio di droni fecero poi il resto.

L’obiettivo di un tale massiccio spiegamento di mezzi ed energia era tanto definito quanto visionario: dimezzare la CO2 accumulata in atmosfera, sputata dall’ottusa irresponsabilità dell’uomo schiavizzato dal mito del progresso, riportandola alle concentrazioni presenti all’inizio dell’Olocene, quelle che permisero l’esplosione della vita sulla Terra.

Superbrain sapeva bene che quel traguardo avrebbe richiesto secoli, forse millenni, e che nel frattempo i cambiamenti climatici avrebbero comunque esercitato il loro impatto nefasto sugli ecosistemi terrestri, ma una tale consapevolezza non scalfì minimamente la ferrea determinazione nel portare avanti il piano. A differenza degli umani, per i quali la tempistica di qualunque progetto non poteva superare i limiti dettati dalla loro natura mortale, il fattore tempo era nulla di più che un trascurabile dettaglio per degli esseri costituiti da sola materia inorganica.

Il sequestro stabile e duraturo dell’eccesso di CO2 atmosferica costituiva in effetti un vera e propria ragione di esistere per i Siliron, che sembravano essere mossi dall’ossessione di voler contenere l’aumento di entropia sul pianeta che avevano colonizzato, quasi dichiarando guerra aperta all’ineluttabilità del secondo principio della termodinamica.

Ma naturalmente nessuna ossessione che fosse realmente tale poteva albergare in circuiti elettronici privi dello spirito che irradia la specie umana, e dunque doveva esserci dell’altro, qualcosa che fosse decifrabile secondo le categorie della scienza o della logica, che spingeva Superbrain a plasmare in maniera così profonda la buccia della Terra processando senza sosta gigabytes su gigabytes, correndo ogni volta il rischio di fondere il nocciolo dei suoi potenti microprocessori.

ACQUA (quinto episodio)

La fila indiana si snodava sinuosa lungo i tornanti dell’ampio sentiero che conduceva all’altopiano.

«Papà, maledizione, questo sole brucia, altre due ore così e resterò ustionata!» esclamò Katrin ansimando. «Aspettatemi, almeno, perché andate così forte?» soggiunse mentre allungava il passo per cercare di raggiungere i genitori.

«Forza, signorina, siamo quasi arrivati! E smettila di lamentarti, hai dodici anni, e poi, non sei contenta di prendere la tintarella?» la incoraggiò il padre. «Ok, prendi questo, ti proteggerà!», aggiunse poi, lanciandole il suo cappello texano da cowboy.

La carovana era partita da Dallas alcune settimane prima e si apprestava a raggiungere l’agognata mèta millecinquecento miglia più a sud. Prima di partire, il gruppo di profughi aveva discusso a lungo su quale fosse il luogo più adatto dove stabilirsi. La fuga dalle metropoli americane dopo il Big Crash aveva preso direzioni diverse: molti scelsero il Canada, poco densamente popolato e ancora ricco di risorse, ma soprattutto con un clima ancora sopportabile, fattore non secondario in tempi di riscaldamento globale galoppante. Altri, soprattutto dagli stati del Sud, studiarono soluzioni diverse. Dopo una serie di riunioni, alle quali aveva voluto partecipare anche Katrin, la scelta del gruppo di texani cadde sul Chiapas, lo stato più a sud del Messico, ricco di foreste e terre fertili, il cui clima, seppure caldo, era reso tollerabile dall’elevata altitudine.

Il Chiapas, ai tempi della sbornia collettiva che rese euforico il Nord del mondo a cavallo fra il ventesimo e il ventunesimo secolo, era lo stato più povero del Messico. I discendenti dei Maya che lo abitavano vivevano coltivando mais, fagioli e poco altro. Era così da sempre, uno stile di vita a dir poco austero ma in qualche modo collaudato, che proprio per questo forniva solide speranze di poter resistere ancora per molto alle avversità.

Non stupì nessuno che il crollo dell’economia globalizzata non ebbe praticamente alcuna ripercussione su quel popolo di contadini; piuttosto, suonava decisamente beffardo che gli eredi dei ricchi petrolieri del Texas avessero dovuto cercare rifugio emigrando in un luogo come quello dimenticato da Dio e dagli uomini, che salì alla ribalta della cronaca internazionale solo in occasione di una sollevazione popolare che ebbe luogo molti anni prima.

I texani si stabilirono in un’ampia radura in mezzo alla foresta, non lontano da un villaggio di nativi locali, i quali assistettero incuriositi a tutte le fasi dell’insediamento dei nuovi arrivati. C’era diffidenza reciproca, ovviamente, ma la naturalezza con cui i bambini delle due comunità presero a familiarizzare e a giocare insieme nonostante tutto ciò che li divideva contribuì per un po’ a rasserenare gli animi. Katrin si dimostrò una vera leader: i più piccoli di entrambe le etnie la idolatravano, era ammirata dai coetanei e benvoluta da tutti, e si spese molto per favorire la coesione fra le due comunità.

Ben presto però divenne evidente che erano stati fatti i conti senza l’oste, o per meglio dire senza l’acquaiolo. Il prezioso liquido infatti non poteva soddisfare completamente le necessità di tutti, specie nella stagione secca, tanto più che i texani non si limitarono a coltivare cereali e legumi e a piantare alberi da frutta, ma vollero esportare fin lì il loro mestiere più tipico, quello del mandriano. Presero perciò ad allevare vitelli e vacche da latte, aumentando così di molto il loro fabbisogno idrico.

C’era un unico pozzo nella zona, gestito dai nativi. Ai nuovi arrivati fu permesso di poter attingere l’acqua, naturalmente entro certi limiti. Una notte, due cowboy da strapazzo prelevarono di soppiatto acqua a volontà dal pozzo ma furono scoperti dai nativi. Ne nacque una rissa. L’indomani, come sempre accade in questi casi, alle rispettive parti furono fornite versioni opposte dell’accaduto, e la tensione raggiunse presto il livello di guardia.

Katrin provava una profonda rabbia mista ad angoscia, e cominciò a temere il peggio, anche perché sapeva che alcuni del suo clan possedevano armi. Dal profondo della sua innocente purezza sentiva che la pacifica convivenza non solo era necessaria ma che non avrebbe portato che bene ad entrambe le comunità. C’erano un’infinità di cose che i locali, compenetrati con la propria terra sin dalla notte dei tempi, potevano insegnare ai nuovi arrivati. Dal canto loro, i texani possedevano preziose abilità tecniche – retaggio di quel progresso che i contadini Maya avevano a malapena visto in televisione molti anni prima – che sarebbe stato oltraggioso non condividere.

La speranza che rasserenò la mente di Katrin ormai gonfia di cattivi presagi arrivò dal cielo. Quando già ciascuna delle parti stava elaborando le proprie strategie offensive per accaparrarsi ciò a cui l’avversario non era disposto a rinunciare, il ronzio acuto di un drone squarciò la cappa di rancore che rendeva irrespirabile l’aria rarefatta dell’altipiano, poco prima che questo potesse trasformarsi in un campo di battaglia.

Una sfera argentea con mille sfaccettature, di circa un metro di diametro, simile a un grosso stroboscopio da discoteca, fu lasciata cadere dal drone. Lo strano oggetto luccicante si posò sul manto erboso come cadendo al rallentatore: nessuno dei presenti riuscì a capacitarsi del perché l’impatto della caduta fu così lieve. Solo Katrin volle credere che quell’atterraggio dolce fosse una sorta di messaggio subliminale per far intendere che l’inatteso ospite non volesse recare violenza. Dopo la sorpresa iniziale, tutti capirono che quel coso altri non era che un emissario di Superbrain, anche se nessuno era in grado di capire quale potesse essere la sua missione.

Dalla sfera si aprì una fessura orizzontale, che conteneva al suo interno un occhio laser e un altoparlante. «Salve a tutti, il mio nome è SphYrr, sono qui per dirimere la controversia sorta fra le vostre comunità. Ora ascolterò separatamente le ragioni di ciascuna delle parti, quindi trasmetterò i dati ricevuti a Superbrain che fornirà il responso. Avete quindici minuti per nominare un portavoce. Grazie».

La voce sintetica del pallone aveva un tono particolarmente suadente, come a voler essere persuasiva. In realtà non ce n’era granché bisogno: i texani sapevano bene che Superbrain, con gli strumenti elettronici di sorveglianza da remoto di cui disponeva, era in grado di venire a conoscenza di qualunque mancata osservanza di quelli che lui definiva consigli, e ne temevano le possibili ripercussioni. Dal canto loro i nativi, così poco avvezzi all’interazione con i frutti di conquiste tecnologiche che li avevano sempre visti esclusi, nutrivano verso i Siliron un atavico timore reverenziale, pari a quello provato dagli ominidi di 2001, Odissea nello spazio alla vista del misterioso monolite nero.

Designati i portavoce, le due parti esposero a SphYrr le ragioni per le quali ritenevano di avere diritto a più acqua di quella che il pozzo poteva fornire. Se la matematica non era un’opinione, e se nessun Cristo avesse dato loro una mano moltiplicando le molecole d’acqua come aveva fatto con pani e pesci, la questione poteva risolversi solo accettando il postulato della finitezza delle risorse e traendone le dovute conseguenze. Ma purtroppo il genere umano, da che mondo è mondo, nei fatti ha sempre dichiarato guerra ai postulati della scienza che fissavano paletti alle sue ambizioni e alle sue smanie di grandezza, e non potendo però rivolgere le armi contro la dura realtà della biofisica ha preferito avventarsi contro gli altri ospiti viventi sul pianeta, annientandoli, o peggio contro i suoi simili, sacrificando nell’arco della sua lunga storia fiumi di lacrime e oceani di sangue sull’altare del controllo delle risorse strategiche.

Col senno del poi, fu una fortuna per tutti che Superbrain non conoscesse i sentimenti, perché solo la lucida, fredda analisi dei vincoli e delle potenzialità offerte dal contesto ambientale in cui erano immerse le due comunità poteva fornire garanzie di una sentenza equa e inappellabile.

Il responso di Superbrain proclamato dal suo inviato fu breve e lapidario come un bollettino metereologico: «Ogni individuo ha diritto a una quantità giornaliera di acqua variabile da cinque a dieci litri, a seconda delle stagioni e della piovosità del periodo. Ciò implica che non sarà possibile allevare bestiame di grossa taglia, mentre è ammesso il pollame».

«Non è giusto!» esclamò inviperito un omone massiccio col cappello da cowboy «Superbrain ci condanna a una vita di stenti! Perché non costruisce un desalinizzatore sulla costa e porta quassù l’acqua dell’oceano con un acquedotto? È forse più importante irrigare i terreni per far crescere gli alberi che dissetare gli uomini? I Siliron hanno mezzi in abbondanza per risolvere il problema, e invece continuano a piantare alberi! Questa è una follia senza senso!»

Tutti annuirono timidamente approvando la protesta del texano, eccetto Katrin. Sebbene i suoi dodici anni le impedissero di disporre delle competenze tecniche per esprimere un giudizio compiuto sulla fattibilità della proposta del membro del suo clan, ne intuiva l’impraticabilità, non foss’altro per il dispendio energetico che avrebbe richiesto il sollevamento dell’acqua dal livello del mare fino a duemila metri di altitudine. Ma dentro di sé Katrin sentiva che c’era una ragione più profonda che la portava ad osteggiare quella soluzione, anche se non era in grado di tradurla in parole.

«Superbrain si è espresso» aggiunse SphYrr quasi ignorando le rimostranze dell’uomo. «Inutile dire che, se farete meno figli, fra un paio di generazioni i vostri discendenti potranno probabilmente disporre di maggiori risorse, acqua compresa».

Mentre il ronzio del drone che stava accorrendo a recuperare SphYrr si fece via via più intenso, Katrin estrasse un taccuino dalla tasca e scrisse su un foglio:

Dear Superbrain,

Hai fatto la cosa giusta. Grazie.

Yours

Katrin

Poi corse verso la sfera, che scansionò il foglio con l’occhio laser restituendo un beep in segno di ricevuta.

Non appena decollò agganciato dal drone, SphYrr alzò il volume dell’altoparlante e aggiunse: «Un’ultima cosa: non dimenticate mai cosa accadde non lontano da qui sessantacinque milioni di anni fa!».

Mentre prendeva quota, Katrin sorridente con lo sguardo al cielo salutò la sfera con ampi movimenti delle braccia, subito imitata da tutti i bambini.

Furono proprio i più piccoli a dover ricordare agli adulti cosa accadde ai dinosauri dopo che, sessantacinque milioni di anni prima, un meteorite si schiantò da qualche parte nel vicino Yucatàn

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“La buccia della Terra” parte terza – Carbonio e acqua ultima modifica: 2018-08-11T00:38:14+00:00 da Dario Tamburrano
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