Sacchetti a pagamento per l’ortofrutta, una toppa peggiore del buco

La risposta della Commissione Europea alla nostra interrogazione. Il provvedimento, presentato dal Governo come una mossa necessaria per sanare una procedura UE d’infrazione, ha probabilmente aggravato la posizione dell’Italia

I sacchetti di plastica ultraleggeri a pagamento per l’ortofrutta dei supermercati, diventati obbligatori dall’inizio di quest’anno – presentati dal PD e dal Governo come necessari per evitare una multa UE  –  sono una toppa peggiore del buco.

La risposta della Commissione Europea alla nostra interrogazione,  arrivata pochi giorni fa, non usa questa espressione chiara e diretta, ed anzi brilla per l’esposizione involuta. Se ci si prende la briga di analizzarla, risulta che i sacchetti dell’ortofrutta obbligatoriamente a pagamento non hanno affatto regolarizzato la posizione dell’Italia di fronte alla UE, ma al contrario l’hanno semmai aggravata. I testi completi di interrogazione e risposta sono in fondo a questo post.

I sacchetti a pagamento per l’ortofrutta infatti sono stati imposti da una legge nazionale che introduce varie restrizioni alla commercializzazione dei sacchetti di plastica: e queste restrizioni – dice ora in sostanza la Commissione Europea – non sono compatibili con il mercato unico interno dell’Unione Europea.

Dal punto di vista burocratico, i sacchetti per l’ortofrutta sono quelli “in materiale ultraleggero“, dal momento che hanno uno spessore inferiore al 15 micron. La direttiva 2015/720 impone agli Stati UE di ridurre l’utilizzo dei sacchetti di plastica “in materiale leggero” (spessore fra i 50 e i 15 micron), dal momento che essi – a livello UE – sono quelli più facilmente dispersi nell’ambiente. La direttiva ammette restrizioni alla commercializzazione per i soli sacchetti “in materiale leggero” (che da anni infatti devono essere “biodegradabili”, mentre per tutti gli altri (compresi quindi gli “ultraleggeri” destinati all’ortofrutta) vale invece la libera circolazione degli imballaggi stabilita dall’articolo 18 della direttiva 94/62.

Dato che l’Italia ha tardato a recepire la direttiva 2015/720, nel giugno 2017 si é messa in moto la procedura di infrazione dell’UE. L’Italia ha tentato di rattoppare la situazione con l’articolo 9 del decreto legge per il Mezzogiorno, che recepisce la direttiva 2015/720 introducendo restrizioni alla commercializzazione di diversi tipi di sacchetti di plastica compresi quelli ultraleggeri.

Le restrizioni italiane riguardano quindi diversi tipi di sacchetti: ma la UE ammette le restrizioni solo per i sacchetti “in materiale leggero”. E’ questo il punto dolente, ed é questa la toppa peggiore del buco aggravata – oltretutto – dalla spudorata menzogna  del “ce lo chiede l’Europa”.

Ecco il testo dell’interrogazione, cofirmata dai colleghi Castaldo e Aiuto e con il sostegno della collega Adinolfi, e la risposta della Commissione Europea.

 

 

Sacchetti a pagamento per l’ortofrutta, una toppa peggiore del buco ultima modifica: 2018-02-27T20:20:15+00:00 da Dario Tamburrano