Il delitto perfetto contro il pluralismo sui social e sul web. Le (vane) interrogazioni alla Commissione europea

Sembra ormai compiuto il delitto perfetto contro libertà di espressione e pluralismo sui social e sul web. Stanno timidamente scoprendolo perfino i media mainstream. Repubblica vi ha dedicato un articolo l’altro ieri, martedì 5 maggio. È riservato agli abbonato, ma c’è anche una versione ad accesso libero. Noi ne parliamo da anni: non leggiamo ciò che desideriamo leggere per formarci un’opinione, ma solo ciò che ci raggiunge dopo avere attraversato un filtro. 

Di recente, abbiamo presentato interrogazioni alla Commissione europea sugli algoritmi di Meta (Facebook) e di Google. I dettagli più avanti, insieme al succo delle sfuggenti risposte.

Tutto però è cominciato – ricordate? – quasi dieci anni fa, col codice di autoregolamentazione concordato fra Commissione europea e grandi piattaforme. In teoria, doveva servire per combattere le fake news. In pratica, nessuno ha mai definito il confine fra fake news ed informazione alternativa rispetto al mainstream.

È stato quello il primo embrione di una censura senza volto. Senza volto, perché formalmente nessuno l’ha mai istituita e anzi l’UE dice di difendere il pluralismo e la libertà di espressione.

L’articolo con il quale Repubblica soleva il problema riferisce che Meta, cioè Facebook, possiede un ufficio elezioni (ebbene sì) al quale lavorano anche ex membri dell’intelligence USA. Ha il compito di monitorare i flussi di informazione durante le campagne elettorali, ma non si sa chi prende le decisioni e in base a quali criteri. In occasione delle elezioni europee 2024, prosegue l’articolo, una ricerca dell’Università di Urbino (testo completo e riassunto) ha evidenziato un forte squilibrio nella circolazione delle informazioni.

L’interrogazione che anch’io ho firmato su Meta-Facebook già nel gennaio scorso segnalava proprio questa anomalia – diciamo così – nella circolazione delle informazioni elettorali 2024. La risposta, datata 9 marzo, in sostanza dava notizia delle indagini in corso da parte della Commissione europea sull’operato della piattaforma.

Da allora, a quanto se ne sa, la Commissione europea ha accusato Meta di violare il diritto UE perché non impedisce ai ragazzini con meno di 13 anni di accedere a Facebook ed Instagram. Non risulta che Meta abbia ricevuto accuse relative alla circolazione dei contenuti, elettorali e non.

Nel novembre 2025 ho firmato un’altra interrogazione, stavolta insieme ai colleghi M5S Gaetano Pedullà, Giuseppe Antoci e Mario Furore. Riguardava il presunto declassamento di contenuti editoriali da parte di Google nei risultati della ricerca.

La risposta, del 27 gennaio, è stata una variazione sul tema dello “stiamo indagando”. Di nuovo, non risulta che – da quella data – siano stati adottati provvedimenti.

Intanto filtri invisibili continuano a modellare i contenuti che ci vengono proposti. Tutto appare neutrale e perfino oggettivo: l’ottica dichiarata degli algoritmi – sottolineo: l’ottica dichiarata – è privilegiare ciò che più interessa al singolo utente e ciò che più lo coinvolge.

Un delitto è veramente perfetto quando non ci si accorge nemmeno che è stato compiuto.

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