La preoccupante dipendenza geopolitica dell’UE dal gas americano, rispetto alla quale – totalmente inascoltato – avevo messo in guardia già da moltissimo tempo, negli ultimi giorni è improvvisamente diventata un tema mainstream. A seguire, il video del mio primo intervento in proposito all’assemblea plenaria del Parlamento europeo. Era il 7 maggio 2025. Sono tornato sull’argomento il 21 maggio e di nuovo, nella commissione parlamentare ITRE, il 4 dicembre.
La testata internazionale Contexte, specializzata in energia, ha chiesto il mio parere. Qui l’articolo e la traduzione in italiano. Parlano inoltre della dipendenza UE dal gas statunitense testate nazionali atlantiste e perfino ultra atlantiste. Ad esempio, Sole 24 Ore, Repubblica, Corriere della Sera, Huffington Post, addirittura Il Foglio.
Lo Zio Sam ora tiene saldamente il rubinetto del nostro gas dalla parte del manico. Cosa succede se Trump lo chiude per indurre l’UE a piegarsi ai suoi voleri in materia – ad esempio – di politiche climatiche, regolamentazione che riguarda i colossi tecnologici USA, apposizione sulla Groenlandia della bandiera a stelle e strisce?
Con lo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, l’UE (Italia compresa) ha repentinamente sostituito le importazioni di gas russo trasportato via gasdotto con il gas liquefatto statunitense che le navi consegnano ai rigassificatori.
La rinuncia graduale al gas russo poteva essere un’occasione per un cambio di paradigma. Una virata decisa verso un sistema resiliente basato sulle energie rinnovabili (le uniche che UE ed Italia possono produrre da sé) e sui sistemi di accumulo. Invece ad una dipendenza se n’è sostituita un’altra, uguale e addirittura peggiore.
Infatti, raramente si specifica – ma anche questo l’ho detto chiaro fin dall’inizio – che il gas statunitense costa molto più di quello russo. Esso inoltre, se importato in Europa, ha un impatto sul clima superiore a quello del carbone, il più sporco dei combustibili fossili.
UE e media mainstream, in proposito, restano muti. Probabilmente lo considerano un prezzo accettabile per fare a meno della Russia.
Quest’ultima però ha bloccato il gas diretto in Europa solo nel 2006: vent’anni fa. Passava dall’Ucraina, la quale contestava il calcolo di quanto da lei dovuto alla Russia e non pagava. A guerra scoppiata, la Russia ha chiuso il gas esclusivamente agli Stati UE che non accettavano la sua richiesta di pagarlo in rubli: la risposta alle sanzioni che l’hanno tagliata fuori dai circuiti finanziari dell’euro e del dollaro.
Per il resto, le rinunce al gas russo discendono da decisioni dei singoli Stati e dell’UE. Che ora comincia, diciamo, a sentirsi a disagio di fronte al gas statunitense.
Il gas liquefatto statunitense rappresenta il 40% delle importazioni dell’EEA, lo spazio economico che unisce UE, Lichtenstein, Islanda e Norvegia. Rappresenta inoltre il 60% delle importazioni di gas liquefatto nell’EEA. Arriverà all’80% se verranno mantenute le promesse della presidente von der Leyen in occasione del vergognoso accordo tariffario con gli USA.
Alla faccia della perenne retorica UE sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento.
Il segretario USA all’Energia ha già chiesto ufficialmente da mesi, insieme al Qatar, che l’UE riveda la direttiva CSDDD nella parte relativa agli obblighi delle società con attività che hanno impatti sul clima. La sua lettera implicitamente lega la revisione alle forniture di gas. L’UE ha fatto finta di niente.
Solo le mire USA sulla Groenlandia hanno fatto scattare la sirena d’allarme e gli articoli sui media mainstream.
A Contexte ho dichiarato che, legandosi (e legandoci!) al gas statunitense, “Sia la Commissione [europea] sia la maggioranza del Parlamento hanno commesso un grave errore di valutazione che, con le manie di onnipotenza di Trump, potremmo ritrovarci tutti a pagare”.
Lo stesso Contexte si è sentito in dovere di – diciamo – controbilanciare le mie affermazioni. Ha dato spazio a voci secondo le quali, in sostanza, le società statunitensi che vendono gas all’UE non rendono conto a Trump ma al mercato. Questo, a loro dire, costituisce per noi un baluardo di salvaguardia.
Come se il mercato, che alimenta la dipendenza dai combustibili fossili e che causa crescenti diseguaglianze economiche e sociali, fosse in grado di assicurarci il sommo bene. Come se, soprattutto, le società statunitensi dell’energia fossero immuni rispetto agli umori e ai ricatti di Trump.
Rivelatori, a questo proposito, gli eventi verificatisi dopo che gli USA hanno rapito Maduro, il presidente del Venezuela: ovvero di un Paese che galleggia sul petrolio.
Trump ha invitato le società statunitensi ad investire in Venezuela. La Exxon gli ha risposto che il mercato venezuelano è attualmente “ininvestibile”. Di conseguenza, Trump ha reso nota la sua inclinazione a tenere la Exxon fuori dal business venezuelano.
Provate a pensare cosa accadrebbe sostituendo l’oggetto dell’anatema trumpiano: non più il Venezuela e l’Exxon, ma l’UE. Che peraltro si è cacciata da sé in questo ginepraio.
A metà dicembre la maggioranza del Parlamento europeo ha approvato, con dichiarazioni di grande soddisfazione, la idiota decisione dello stop totali alle importazioni di gas russo per “non finanziare la guerra di Putin”, decidendo di finanziare quindi le innumerevoli guerre che gli USA hanno scatenato e minacciano di scatenare in giro per il mondo intero.
Ci serve un’immediata e netta svolta politica. Non più combustibili fossili, ma energie rinnovabili che non ci legano agli umori di nessuno, sia esso Trump o Putin. E, dato che le svolte politiche non producono frutti in un amen, nell’attesa ci serve dell’energia con impatto ridotto sul clima e con prezzo il più basso possibile.
Il prezzo del gas, di fatto, nell’UE detta il prezzo dell’elettricità. Il caro energia ha già ridotto allo stremo cittadini, famiglie, imprese.




