Ho aderito al manifesto “Disarmiamo le parole” lanciato dai giovani delle ACLI.
Credo fortemente che ogni talk show non possa essere trasformato in una corrida. Lo credo anche per quanto riguarda tanti post e commenti sui social, le campagne elettorali, i discorsi di tanti politici. Perfino le assemblee di condominio.
Inoltre, credo che il confronto netto anche aspro, sia il sale della politica e della democrazia, ma concordo nel rifiuto di un linguaggio che – anziché esporre – mira a sopraffare, trasformando l’avversario in un bersaglio e in un nemico da delegittimare e sconfiggere.
Viviamo in un mondo nel quale la sopraffazione è diventata metodo: è sufficiente uno sguardo alle quotidiane notizie nazionali e internazionali. Tuttavia il linguaggio è lo strumento che modella la nostra percezione e comprensione del mondo. Parole che abbaiano furiosamente e ringhiano mostrando i canini plasmano un mondo fatto di minacce e aggressioni. E di pari reazioni.
Le parole disarmate per le quali si adoperano le ACLI non sono perciò un esercizio di stile.
“Le parole cambiano il mondo prima che lo facciano le armi. Anticipano e accompagnano l’uso delle armi, giustificano o nascondono le sue conseguenze”: è la prima frase del manifesto al quale ho aderito.
ACLI è l’acronimo di Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani.
Il manifesto cita la “guerra mondiale a pezzi” che stiamo vivendo della quale parlò più volte Papa Francesco I negli ultimi anni di vita. Cita anche la pace come scelta civile attiva e concreta invocata da Papa Leone XIV, che nell’enciclica “Magnifica humanitas” chiama tutti a “disarmare il discorso” e “disarmare le parole”.
Colpisce e attrae anche un altro aspetto del manifesto proposto dalle ACLI. Quello che deplora “la complessità ridotta a slogan”. Per quel che mi riguarda, intendo continuare ad esporre ragionamenti articolati e a rifuggere da post e slogan banali. Anche quando ciò viene penalizzato dagli algoritmi.
Ci si lamenta che la gente non capisce le cose, che i ragazzi delle scuole non riescono ad elaborare un concetto? Siamo sempre lì: se il linguaggio modella la nostra percezione del mondo, una comunicazione basata sugli slogan e sulla aggressività fa appassire il pensiero e genera una società di aggressione. Basta uscire dal parcheggio la mattina, guidare una bicicletta o prendere l’autobus per rendersene conto.




