Internet é come l’acqua: un bene comune. Mio articolo su The Parliament Magazine

Internet é un bene comune: come l’acqua. Lo sostengo in un intervento pubblicato sull’ultimo numero di novembre 2014 di The Parliament Magazine, una rivista dedicata alle notizie e ai dibattiti all’interno delle istituzioni europee.

In questo mese di novembre, The Parliament Magazine si articola su quattro temi principali: contrastare l’alcolismo (un intervento di Piernicola Pedicini a pag. 30), economia circolare (un intervento di Eleonora Evi a pagina 44), trattato di Schengen, società digitale: The Parliament Magazine mi ha chiesto le mie considerazioni in proposito ed esse sono pubblicate a pag. 56 con il titolo EU should recognise internet access as a human right, “L’Unione Europea dovrebbe riconoscere che l’accesso ad internet é un diritto umano”. In fondo a questo post il pdf della rivista; qui sotto la traduzione in italiano del mio intervento.

Internet è come l’acqua: è un bene comune. E’ molto più di una piattaforma dedicata all’intrattenimento o di un luogo virtuale per vendere e comprare merci. Infatti consente ai cittadini di procurarsi informazioni, elaborarle, condividerle; inoltre è ormai indispensabile per rapportarsi con enti e pubbliche amministrazioni. La Commissione Europea ha riconosciuto, nel marzo 2014, che l’accesso all’acqua potabile è un diritto umano: riconoscere che anche l’accesso ad internet è un diritto umano dovrebbe essere la priorità dell’agenda digitale UE. Sarebbe la migliore base per concretizzare quella che dovrebbe essere la seconda – e conseguente – priorità dell’agenda digitale: superare il digital divide da cui è colpita l’Unione Europea. Ora infatti all’interno dell’UE vastissime aree non dispongono di una connessione veloce ed affidabile. Si tratta soprattutto di zone rurali: quelle in cui gli investimenti sono meno remunerativi.

Temo tuttavia che internet non sia affatto come l’acqua per la nuova Commissione Europea, che invece ritiene l’importanza di internet legata esclusivamente al mercato unico digitale e al suo sviluppo. E’ emerso con chiarezza durante l’audizione del nuovo commissario Günther Oettinger, chiamato ad occuparsi di “economia e società digitali”. Oettinger si è anzi espresso a favore di idee e principi che secondo me rappresentano un pericolo per i consumatori, come la nascita di giganti europei delle telecomunicazioni. C’è il rischio che nell’UE si verifichi la stessa cosa già accaduta negli Stati Uniti, dove pochissimi colossi hanno sbaragliato tutti gli altri operatori sulla rete fissa e formano di fatto un oligopolio. In uno scenario come questo la scarsità della concorrenza, oltre ad inficiare la possibilità di scelta offerta ai consumatori, induce le imprese a non curarsi degli investimenti necessari per colmare il digital divide.

La strada per garantire a tutti una connessione veloce ed affidabile ad internet, tuttavia, non passa necessariamente attraverso gli investimenti delle imprese di telecomunicazioni, che finora sono stati scarsi ed inefficaci nel settore della banda larga. Invece l’UE dovrebbe incoraggiare modelli di investimento dal basso verso l’alto che rispondono alle necessità degli utenti, e non a quelle del mercato. Ritengo che l’UE potrebbe ottenere risultati formidabili se incentivasse la moltiplicazione delle reti mesh che già in alcuni casi sono nate per iniziativa di gruppi di cittadini. E’ necessario un “investimento” individuale davvero minimo, inferiore alla spesa per acquistare un tradizionale abbonamento ad internet, mentre il risultato è massimo. In Italia ad esempio con le reti mesh si naviga a 20-30 megabits per secondo (fino anche a 60 mbs) sia in download sia in upload: una velocità che i provider tradizionali non forniscono neanche per il solo download.

Le reti mesh sono come dei “cespugli” spuntati sui “tronchi” costituiti dalle dorsali internet. Nascono per iniziativa di cooperative non profit formate da cittadini: la cooperativa acquista l’accesso al web a prezzi di ingrosso; ciascun socio poi, tramite un piccolo ripetitore situato sul tetto della casa, rilancia il segnale, che arriva così anche ai luoghi troppo distanti per essere raggiunti direttamente.

Si tratta di una soluzione dal basso molto efficiente e di costo ridottissimo. Ha il pregio di mettere al centro la comunità locale e le sue esigenze: non il profitto e il vantaggio di mercato. Oggi le reti mesh non godono di alcun supporto, né pubblico né privato. Avrebbero il pieno diritto di ottenere quello dell’Unione Europea se l’agenda digitale assegnasse ad internet lo status che le compete: il medesimo dell’acqua, quello di bene comune.

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Scarica il numero di novembre 2014 di The Parliament Magazine (con solo articoli Tamburrano, Pedicini, Evi)