Reti comunitarie (e mesh): nuova direttiva UE rischia di soffocarle. Addio a internet senza padrone?

L’obbligo di software certificato dal produttore negli apparati WiFi può impedire di sganciarsi dai provider tradizionali e quindi la creazione di reti comunitarie poco costose e molto veloci.

Le regole UE su apparati WiFi router e software certificato, attese per i prossimi mesi, rischiano di stroncare in particolare le WCN (Wireless Comunity Network) o reti comunitarie (tra cui le  Reti Mesh); e più in generale, l’utilizzo e la diffusione del WiFi come tecnologia per le reti di accesso.

Le reti comunitarie sono le più vicine al concetto di Internet Bene Comune.

Il WiFi consente oggi di realizzare infrastrutture di telecomunicazioni senza fili e senza padroni , come le reti mesh, create e condivise dai cittadini ed in grado di fornire, anche in zone in digital-divide, un servizio di connettività Internet a banda ultra larga.

In diverse zone d’Italia con le reti comunitarie si naviga a 30-50 Megabits per secondo sia in download che in upload: una velocità che i provider tradizionali mediamente non riescono a fornire, anche per il solo download, neanche con le connessioni FTTC (Fiber To The Cabinet) in fibra ottica.

 

Le reti comunitarie sono come dei “cespugli” WiFi spuntati sui cavi delle dorsali internet. Nascono il più delle volte per iniziativa di associazioni no profit formate da cittadini: il “cespuglio” germoglia grazie all’accesso al web acquistato collettivamente a prezzi di ingrosso; i “rami” sono basati su vari apparati WiFi nei quali é stato inserito comunemente un software  diverso da quello fornito dal produttore  affinché essi siano in grado di connettersi dinamicamente l’un l’altro, rilanciando il segnale. Esso arriva così anche ai luoghi troppo distanti per essere raggiunti direttamente.

In Italia esistono decine e decine di reti comunitarie realizzate dai cittadini, anche con diverse finalità (come Common Net  e Ninux), ma con l’idea comune che Internet is for Everyone (Internet è per tutti) e che sia possibile affrancarsi dai grandi provider oligopolisti, navigare spesso più velocemente e a prezzi mediamente inferiori. Le reti comunitarie sono inoltre n grado di portare connettività anche nelle isole, nelle zone di campagna e in tutti i luoghi che gli operatori convenzionali trascurano.

Tutto ciò si rende possibile prevalentemente grazie all’utilizzo di software open-source di terze parti sviluppato da comunità internazionali di ricercatori e studiosi di tutto il mondo reso disponibile gratuitamente a tutti, come OpenWrt. L’utilizzo di software open-source di terze parti, installato negli apparati WiFi dopo il loro acquisto, consente ad oggi il funzionamento delle reti comunitarie e di gran parte dei servizi comunemente associati al WiFi.

Ma non solo.

Ad esempio, sono basati su software open-source di terze parti, gran parte dei WiFi gratuiti, come quelli realizzati da  Free ItaliaWiFi  e offerti da numerose amministrazioni locali come Roma e Milano nei luoghi pubblici e quelli che alcune grandi aziende offrono ai propri client in alberghi, centri commerciali e negozi.

Gli apparati WiFi consentono l’accesso ad internet tramite onde radio. In base alla direttiva UE 2014/53/UE RED (Radio Equipment Directive) del 16 aprile 2014 sulle apparecchiature radio, discussa prima che il M5S avesse dei rappresentati eletti in UE, in vigore dal giugno 2016 e recepita dall’Italia attraverso un decreto legislativo del maggio 2016 (Gazzetta ufficiale qui)

Attualmente la Commissione Europea sta predisponendo una norma tecnica (un “atto delegato”, per usare l’espressione più propria) per stabilire quali apparecchiature radio devono – fra l’altro – ospitare solo software certificati come compatibili dal produttore. Anche gli apparati WiFi dovranno avere solo software certificato? Se la risposta sarà “sì”, sulle reti comunitarie e i WiFi liberi sbocciati in tutta l’UE si abbatterà la scure di una legislazione assai discutibile e che rischia di andare contro gli stessi obiettivi UE di contrasto al Digital Divide.

Quel che è paradossale è inoltre che la stessa Commissione Europea ha speso mucchi di soldi per finanziare progetti di ricerca e di realizzazione di reti mesh come: Confine (4,9 milioni di euro), netCommons (1,9 milioni di euro), Clommunity (1,4 milioni di euro).

Butterà la stessa Commissione Europea tutto al vento?

Ci siamo messi in contatto con il funzionario della Commissione Europea responsabile del nascituro “atto delegato”. Ci ha assicurato che, come é prassi, il contenuto verrà preventivamente dibattuto con esperti ed associazioni interessate; ha affermato che non c’é alcuna intenzione di stroncare le comunitarie, ma solo di impedire che, modificando il software degli apparati, si creino interferenze alle telecomunicazioni.

Sappiamo che confine fra le nobili intenzioni e gli effetti collaterali indesiderati é labile e sottile. Noi abbiamo le orecchie dritte sin d’ora.

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Reti comunitarie (e mesh): nuova direttiva UE rischia di soffocarle. Addio a internet senza padrone? ultima modifica: 2016-10-02T17:24:07+00:00 da Dario Tamburrano