Referendum in Grecia, con la valanga di No comincia la crisi dei creditori

Grecia, adesso vanno in crisi i creditori. La chiusura delle banche e le minacce non hanno funzionato. Al referendum di ieri, una valanga di “No” ha sepolto i piani europei di un’austerity perenne per ripagare un debito che – i creditori lo sanno benissimo da tempo – non potrà mai essere ripagato. Adesso Merkel, Juncker, Schultz e tutti quelli come Renzi che “La vittoria del No equivarrebbe all’uscita dall’euro” dovranno vedersela con l’irreversibilità del’euro postulata da Draghi. Non solo. Se l’UE e l’euro possono fregarsene della Grecia, possono fregarsene anche di Spagna, Portogallo, Italia, Francia e tutte le altre economie più deboli a seguire: alla fine, l’UE se la faranno i tedeschi da soli. Altrimenti, bisogna prendere atto che l’austerity é controproducente perfino dal punto di vista economico (quei signori non sono abituati a pensare alle conseguenze sociali…) e bisogna affrontare il condono del debito greco, che é detenuto per circa il 60% dall’eurozona.

Alla vigilia del referendum, il primo ministro greco Tsipras aveva detto che, in caso di vittoria del “No”, sarebbe immediatamente tornato al tavolo dei negoziati e la Grecia avrebbe raggiunto entro 24 ore un accordo coi creditori. I tempi saranno prevedibilmente un filino più lunghi: oggi si comincia con un summit dei leader europei, poi si vedrà, perché l’Eurogruppo dice di attendere le proposte della Grecia.

Si vedrà anche cosa farà in serata la BCE (Banca Centrale Europea) di Mario Draghi, che ha usato come un’arma i prestiti per assicurare liquidità al sistema bancario greco. I bancomat greci, si diceva alla vigilia del referendum, avrebbero finito entro poche ore gli ultimin spiccioli rimasti in cassa dopo che le trattative fra Grecia e creditori si erano interrotte e la BCE aveva posto un limite ai prestiti. La Grecia è in default col Fondo Monetario Internazionale dal 30 giugno ed é difficile da un punto di vista prettamente tecnico definire le banche greche “solvibili”, e dunque prestar loro altro denaro. D’altra parte, negare i prestiti alle banche greche costringerebbe la Grecia a creare una moneta parallela: addio irreversibilità dell’euro, prevedibile effetto valanga di portata difficile da immaginare.

Soprattutto, tanto di cappello al ministro delle Finanze Varoufakis, che subito dopo il referendum ha annunciato sul suo blog le dimissioni (qui la traduzione italiana). Si é dimesso da vincitore: invece Merkel, Juncker e tutti gli altri, compreso il capo del FMI Lagarde, sono ancora sulle loro poltrone. Varoufakis si é dimesso, ha spiegato, per favorire il negoziato fra la Grecia e i suoi creditori: dice che indosserà “con orgoglio” il loro odio.

Vero anche che uno come Varoufakis, docente universitario, é sprecato nelle riunioni dell’Europgruppo, nelle quali, si é lamentato, sembrava maleducato portare la discussione sui veri problemi economici. Come ministro greco però, Oxi, Varoufakis non era affatto sprecato. Ma quello, é lecito supporre, non sarà il suo ultimo incarico di rilievo.

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